Era già sera quando Sam rivolse uno sguardo fuori dalla finestra e si rese conto che era ora di uscire. Spense la televisione, che ancora bisbigliava qualcosa a basso volume, infilò un mazzo di chiavi in tasca e uscendo si tirò la porta alle spalle. Il tempo era buono, il buio non era ancora sceso del tutto e Sam decise di prendersela comoda. Salì in macchina e prima di mettere in moto ripercorse mentalmente il tragitto che avrebbe fatto. "Ma si, è ancora presto, non arriverò tardi al lavoro" pensò, mentre scendeva lungo la stradina sterrata che collegava la sua casa al resto del mondo. Arrivato in cima ad una collina, spense il motore, abbassò il finestrino e rimase per qualche minuto ad osservare il paesaggio: la luna illuminava la vallata rendendola più magica del solito, riempiendo di particolari tutte le facciate di quei palazzi altrimenti affogati nel buio. L'aria era piacevolmente fresca quella sera, e una leggera brezza diffondeva per tutta la collina un intenso profumo di pino: "altro che Arbre Magique!" pensò Sam, rimettendo in moto e proseguendo lungo la strada. Passò davanti alla stazione, chiedendosi se a quell'ora ci fosse ancora qualcuno in attesa di un treno, poi superò il supermercato e infine giunse alla fabbrica. Sam mostrò il pass al guardiano di turno, il quale prontamente aprì il cancello e lo fece passare. Parcheggiata la macchina al solito posto, Sam diede un'occhiata all'orologio mentre si incamminava verso l'ingresso della fabbrica: erano le 23:14. Salì i gradini, aspettò che la fotocellula della porta scorrevole si accorgesse del suo corpo ed entrò nel grande fabbricato. Proseguì sulla destra, guidato dal lieve ronzio dei neon che si susseguivano lungo il corridoio. Arrivato davanti ad una serie di armadietti, tirò fuori la chiave giusta ed aprì il suo: da lì prese la sua divisa, accuratamente piegata. Tale divisa, di soffice cotone azzurrino, era composta da un pantalone con elastico a vita e da una maglia di almeno due taglie più grandi del necessario: un comodo pigiama. Sam entrò nello spogliatoio, si infilò la divisa, uscì e ripose i suoi vestiti nell'armadietto, richiudendolo a chiave. Percorse l'ultimo tratto del corridoio, posò la mano sulla maniglia di una grande porta, fece uno sbadiglio ed entrò nel suo reparto. Prese da una tasca della divisa un cartellino e lo timbrò; c'era ancora un lungo e stretto corridoio da attraversare, ma da lì era già possibile scorgere nelle altre postazioni di lavoro alcuni colleghi che si stavano sistemando, arrivati in anticipo; qualcuno lo salutò, "buonanotte Sam", ma non ottenne risposta. Giunto davanti alla sua postazione aprì un altro armadietto: stavolta ne estrasse un morbido cuscino bianco, lo tenne sotto braccio e richiuse l'armadietto. Fece un altro sbadiglio, si asciugò una lacrima con un angolino del cuscino e con qualche altro passo raggiunse il suo posto: un comodo materasso avvolto in un candido lenzuolo. Accanto al letto c'era un piccolo comodino, sul quale era posata una sveglia e un bicchiere d'acqua; all'interno del comodino invece era sistemata con cura una coperta in pile azzurro che Sam tirò fuori e sistemò sul letto. Prima di coricarsi aprì la piccola finestra che c'era tra il letto e il comodino: nel reparto l'aria era satura, dalla finestra invece filtrava una frescura simile a quella della sua collina, profumata di pino ed erbe selvatiche. Si riempì i polmoni di quell'aria fresca, lasciò la finestrella socchiusa e si coricò sul letto, deciso ad iniziare il suo turno lavorativo. Si tirò fin sulle spalle la coperta in pile, prese un grosso respiro e lasciò che la testa gli sprofondasse nel soffice cuscino. Sentiva ancora quella leggera brezza di collina quando chiuse gli occhi e cadde in un sonno profondo. Era trascorsa appena mezz'ora da quando si era addormentato, che già gli venne il primo sogno.
Lentamente si guardò intorno: era in un bosco di faggi, nel mezzo di un sentiero; qualche ciocca di capelli gli gocciolava sulla fronte, pian piano si rese conto della pioggia che cadeva e dei suoi vestiti inzuppati. Non era un posto familiare, ma decise di incamminarsi e seguire quel sentiero. Camminava di fretta, sentiva freddo e la pioggia, accompagnata da lunghi tuoni, non sembrava essere intenzionata a smettere. Il sentiero stava rapidamente trasformandosi in fango, sentiva le scarpe affondarvi dentro, quando finalmente il bosco, più diradato, si affacciò su una distesa di grano. Da lì Sam riuscì a scorgere un vecchio casolare in pietra e corse per raggiungerlo, cercando riparo dall'acquazzone. La porta era chiusa, ma sul retro la stalla era accessibile: a parte un cane dall'aria stanca e un paio di mucche in un recinto in legno, non c'era nessuno. L'odore di fieno era molto forte, mescolato all'odore delle mucche e al loro fiato caldo. Sam si decise ad entrare, controllò che il cane non gli si lanciasse contro e si accovacciò su un cumulo di fieno, cercando calore. Provò a strizzare i suoi vestiti, poi alitò sulle mani e le sfregò rapidamente per scaldarle. Sam tremava, alzò gli occhi e continuò a tremare, scoraggiato: la pioggia riusciva comunque a filtrare attraverso le vecchie tegole del casolare, a tratti sentiva qualche goccia cadergli addosso. Il cane, che doveva essere davvero molto vecchio, si alzò piano piano e andò ad accucciarsi accanto a Sam, gli leccò una mano e rimase lì a tenergli caldo. Sam guardò quegli occhi stanchi, sentiva il respiro affannato del cane; quel gesto così naturale lo colse di sorpresa, e al tempo stesso lo tranquillizzò. Era da talmente tanto tempo che Sam non riceveva attenzioni spontanee come quella, che si era dimenticato quanto fosse piacevole come sensazione, e incominciò a sentirsi l'animo riscaldato. Guardò ancora il vecchio cane, lo prese tra le braccia e se lo strinse al petto. Sam era fradicio, ma bastò quel po' di calore a fargli dimenticare del freddo, della pioggia, dei vestiti inzuppati, del bosco di faggi, del sentiero infangato, del casolare chiuso, della stalla con le due vacche. Aspettando che la pioggia finisse, chiuse gli occhi e incominciò a sentire un lieve odore di pino ed erba bagnata...
La sveglia iniziò a suonare a ripetizione, Sam aprì gli occhi e con un rapido gesto della mano la fece tacere. Rimase per qualche istante ancora nel letto, a riprendere lentamente coscienza, poi si decise ad alzarsi, bevve un sorso d'acqua dal bicchiere e aprì la finestrella. Senza nemmeno farci troppo caso, compì al contrario tutti i gesti fatti prima di coricarsi: piegò la coperta e la sistemò nel comodino, mise via il cuscino nell'armadietto, percorse il corridoio - stavolta salutando i colleghi con un "buongiorno" - timbrò il cartellino, chiuse la porta del reparto, camminò ancora lungo l'altro corridoio, arrivò al suo armadietto, tirò fuori le chiavi dalla tasca della divisa, lo aprì, prese i suoi vestiti, andò nello spogliatoio, si cambiò, tornò all'armadietto dove ripose la divisa, richiuse l'armadietto, si incamminò fino all'uscita, uscì dal fabbricato e salì in macchina. "E anche per oggi ho finito" pensò Sam, mettendo in moto e cercando nel cruscotto il pass da mostrare al guardiano.