domenica, 04 ottobre 2009

L'Inquilina Perfetta... embe'?

Arrivai una settimana fa nella Casa, e tutto fino a quel momento continuava a procedere nel verso giusto. Non erano ancora nate amicizie con le inquiline, ma pensai che fosse solo questione di tempo, occorreva conoscersi meglio. Ma quel sabato mattina sentii che l'aria stava cambiando.
Feci colazione, e uscii per godermi la calda mattinata fiorentina. Arrivai fino al mercatino, dove mi persi tra i profumi dei vari banchi, assorbendo la fragranza di lavanda e l'aroma d'anice. Proseguii la mia passeggiata, ma un pensiero non mi abbandonava: presto sarei dovuta tornare a casa e parlare con le mie inquiline. Non che vi fossero incomprensioni o altro, ma il clima era teso da quel sabato mattina. Attraversai tutto il mercato e tornai sui miei passi, avviandomi verso la Casa. Girai la chiave nella serratura, aprii la porta: silenzio. Avevano già pranzato, meno male. Entrai nella mia stanza, posai la borsa e andai verso la cucina, ansiosa di cucinarmi un buon pranzetto. Mentre accendevo il fornello sentii la porta scorrevole della cucina aprirsi, e ne entrarono le mie inquiline. Le salutai, ma loro non ricambiarono. Si avvicinarono a me, lentamente, con passo sicuro: erano quattro, contro una. Distolsi lo sguardo dalle loro pupille evanescenti, non le reggevo, e posai la mia attenzione sulla fiamma azzurra del fornello sul quale cominciava a bollire l'acqua. Domandai alle inquiline se andava tutto bene, con voce tremolante, continuando a guardare la fiamma. Nessuna rispose. Si avvicinarono d'un altro passo. Io buttai la pasta nell'acqua, e chiesi una seconda volta se andasse loro tutto bene. La più alta delle inquiline rispose di no, che non andava affatto bene. Altri passi verso di me. Sempre più vicine. Stavolta mi girai verso di loro, mi sentivo piccola piccola, senza via di fuga. Un'altra inquilina disse nuovamente che non andava affatto bene, non le piaceva tale situazione. Allora domandai di quale situazione stesse parlando, e lei esclamò rabbiosa che era proprio questa la situazione, che il problema ero io. Si avvicinarono ancora tutte insieme verso me. Cominciai a sudare, tremavo. A un'altra inquilina cominciò a tremare una palpebra, non ce la faceva proprio più e mi additò come bastarda. Disse che ero la migliore delle inquiline che le erano mai capitate, che non lasciavo cose in giro, che non sporcavo, che non importunavo nessuna di loro, che stavo per conto mio, che non usavo le cose altrui, che pulivo bene, che lasciavo sempre in ordine, che non ascoltavo musica ad alto volume e non invitavo gente in casa...e questo, a loro, non andava bene. Cominciarono e strattonarmi, ripetendomi che così non andava bene, che non poteva funzionare per altri 10 mesi in questo modo perchè non avevano nessun motivo per prendersela con me, ero l'Inquilina Perfetta. Dio mio, sono l'Inquilina Perfetta, mi dissi tra me e me, mentre le inquiline continuarono a strattonarmi. Mi spinsero oltre la porta che unisce la cucina al balcone, deglutii. Non avevo via di fuga, e queste continuarono a spintonarmi verso il balcone. Chiesi impaurita se ci fosse una soluzione, se si potesse trovare un accordo.. promisi che sarei stata disposta ad aumentare volentieri il volume del mio stereo, e lasciare sporco e avanzi in cucina, a fregare le loro cose di valore e rivenderle al mercatino. Ma loro niente, rimasero impassibili nel volto. I loro sguardi erano già pronti per guardare in basso, affacciate al balcone, assistere a ciò che stava per accadere. Una di loro urlò che no, non c'è più niente da fare, loro hanno avuto pazienza sperando in un mio cambiamento ma ciò non è avvenuto. Un'altra disse che non ce la faceva più, ha cominciato ad andare dallo psicologo da quando sono entrata io nella Casa, e che nessuna di loro si sentiva pronta ad affrontare ogni giorno l'Inquilina Perfetta. Detto questo, si avvicinarono tutte quante sorridendo e mi spinsero giù dal balcone.
Mi risvegliai due settimane dopo, in una bianca stanza d'ospedale. Non ricordavo nulla, furono i medici a raccontarmi tutta questa storia. Cercarono di tirarmi fuori dei ricordi, mi raccontarono più volte al giorno nei dettagli come fosse avvenuto l'incidente, ma io rimanevo passiva al racconto. Poi, d'improvviso, un flashback mi si proiettò rapido nella mente e finalmente parlai: "I loro sguardi... quel loro ghigno prima di spingermi.. ricordo quei sorrisi...." e cominciai ad agitarmi nel letto dell'ospedale, persi completamente il senno. I medici, presi alla sprovvista da questa mia reazione, mi sedarono, e mi addormentai nuovamente.
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sabato, 12 settembre 2009

Preghiera per me... embe'?

"State lì,
passeggiate
guardate
respirate
conversate
lo spiate,
da riva, s'intende,
e quello
intanto
vi prende
i pensieri di pietra
che erano
strada
certezza
destino
e
in cambio
regala
veli
che ti ondeggiano in testa
come la danza
di una donna
che ti farà
impazzire.
Scusate la metafora.
Ma non è facile spiegare
com'è che non hai più risposte
a furia di guardare il mare."


"Preghiera per uno che si è perso, e dunque, a dirla tutta, preghiera per me"
Tratto da Oceano Mare, Baricco
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mercoledì, 26 agosto 2009

Pensieri... embe'?

Son giorni un po' cosi'.
Di quelli che passando per la città vedi manifesti tipo "28 AGOSTO - SAGRA DEI CECI" e ti vien da pensare ad un secondo manifesto da attaccare vicino: "29 AGOSTO - SAGRA DELLE SCOREGGE".

Sono anche giorni in cui pensi di avere troppi pensieri per la testa. Poi rifletti: "Bla Bla Bla...Embe'? Se 'sto blog l'ho chiamato cosi' una ragione deve pur'esserci". Parliamone!
Son giorni in cui mi capita di aspettare i parents in macchina in centro, e più delle altre volte mi sento come un manichino in vetrina, solo che non sono gli altri a guardare me ma io a studiare attentamente loro. Nascosta dal finestrino, un vetro, eppure nessuno mi vede. Scorgo dettagli, memorizzo gli stravaganti straccetti che certe persone usano a mo' d'abbigliamento, registro facce, quasi tutte da culo. Gruppetti di minute quattordicenni truccate e (s)vestite da battone, che scostano i capelli dal collo come avran visto fare da qualche diva in qualche film. Gruppetti di contorti sedicenni che si atteggiano a "rimorchiatori", con il loro sensuale sguardo da ergastolano tossicodipendente che non si sa fare la barba. Dio, ma che bella la società in cui vivo! Più guardo questi gruppi di esemplari umani e più sono felice di non essere mai entrata a farne parte. Eppure. Eppure tutti quei sorrisi, quelle risate. Fingono! Suvvia, lo sappiamo tutti che l'adolescenza e' l'eta' piu' tremenda. Per soffrire meno, tali ominidi modaioles sono soliti ritrovarsi in gruppi di 4 5 individui. Ci si annusa, si entra nel branco, ci si comporta da deficienti, e tutti sono belli che felici.
Sti' fessi.

Che disgustonausearibrezzo.
Son giorni in cui vorrei, vorrei, vorrei, ma alla fine non concludo niente. Ho visto "Il Sorpasso", sono la versione femminile del tizio sfigato che alla fine muore (ooops! qualcuno forse non aveva ancora visto il film? dehehehe). Pippe mentali, ripensamenti, incertezza, timidezza, indecisione. Solo che io non riesco a farmi trasportare da un italianaccio sborone che vive alla giornata, senza preoccupazioni, libero.
A chi troppo e a chi niente, siamo alle solite.


"Scusi, buon uomo, sa indicarmi il Tappetivendolo più vicino in zona? Sa, vorrei commissionargli la realizzazione d'un tappetino sintetico con su scritto non il solito Welcome, bensì EGO. Sa com'e', lo calpesto ogni santo giorno, ce l'ho proprio sotto le scarpe, guardi, tutto impiastricciato di cagate di cani. Oh, si, ha ragione, i marciapiedi al giorno d'oggi sono un vero e proprio campo minato! Si? Dopo l'incrocio, in fondo sulla destra? Ben gentile, la ringrazio, buongiorno".
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giovedì, 30 luglio 2009

Yes... embe'?

Ho appena visto un film che da questo momento può ufficialmente entrare nella cerchia dei miei preferiti: Yes Man. Illuminante. Per una creatura che snobba ogni proposta, che scuote la testa ad ogni occasione, che calcola e mette tutto in preventivo prima ancora di iniziare qualcosa, è stato davvero illuminante. Potrei definirlo un manuale alla vita spensierata, una filosofia da seguire: YES! Dire di si, un po' per curiosità, un po' per gioco, un po' per vedere cosa succede, cosa cambia...basta snobbare ciecamente ogni cosa, è il momento di abbandonare la filosofia di vita di un tale Kierkegaard, il quale impaurito dalle troppe possibilità che la vita gli offriva scelse di non decidere, di lasciare che la vita gli scorresse davanti, diventando uno spettatore passivo. Vien quasi da chiedere il rimborso del biglietto, vabè.

Cacchio, è il momento del SI!

Say Yes!
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categoria: vita sociale, yes , yes man, si , yes woman


mercoledì, 08 luglio 2009

Domande e risposte... embe'?

Mi stavo domandando..
e se la risposta a tutte le grandi domande fosse: embe'? Risposta da un settordicilione di euro!

Tanti cambiamenti in arrivo, sperati e ora finalmente accalappiati. E mi domandavo anche.. quanto meraviglioso ha da essere il libero camminare per una città la cui percentuale di abitanti che personalmente ti conoscono è dello 0,001%? Meraviglioso, appunto.
M E R A V I G L I O S O. 
Firenze SognaAvere a che fare con 4 coinquiline, tot (ma pochi) compagni di corso e altr
ettanti docenti non ha prezzo. Strappare le proprie radici da terra come fossero erbacce rampicanti ha ancora meno prezzo. Ci vorrebbe solo qualcosa per festeggiare, che so, un premio. Ah, c'è anche quello, dimenticavo! E anche, addirittura, un misero attestato che lo prova. Che strana sensazione, sento come un prurito.. dev'essere proprio la, come si chiama la... la f.. la fo... la fortuna, ecco! Che sia questo il mio anno fortunato? Santo patrono dei grafici, guidami tu verso il bagliore del successo! Dehehe, magari. Tanto per vedere un po' di gente rosicare, tutto qua, mica per soddisfazione personale, eh. Ci mancherebbe.
Firenze, sto arrivando!
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categoria: firenze, vita sociale, fortuna, prurito, soddisfazione


lunedì, 11 maggio 2009

Sam

Era già sera quando Sam rivolse uno sguardo fuori dalla finestra e si rese conto che era ora di uscire. Spense la televisione, che ancora bisbigliava qualcosa a basso volume, infilò un mazzo di chiavi in tasca e uscendo si tirò la porta alle spalle. Il tempo era buono, il buio non era ancora sceso del tutto e Sam decise di prendersela comoda. Salì in macchina e prima di mettere in moto ripercorse mentalmente il tragitto che avrebbe fatto. "Ma si, è ancora presto, non arriverò tardi al lavoro" pensò, mentre scendeva lungo la stradina sterrata che collegava la sua casa al resto del mondo. Arrivato in cima ad una collina, spense il motore, abbassò il finestrino e rimase per qualche minuto ad osservare il paesaggio: la luna illuminava la vallata rendendola più magica del solito, riempiendo di particolari tutte le facciate di quei palazzi altrimenti affogati nel buio. L'aria era piacevolmente fresca quella sera, e una leggera brezza diffondeva per tutta la collina un intenso profumo di pino: "altro che Arbre Magique!" pensò Sam, rimettendo in moto e proseguendo lungo la strada. Passò davanti alla stazione, chiedendosi se a quell'ora ci fosse ancora qualcuno in attesa di un treno, poi superò il supermercato e infine giunse alla fabbrica. Sam mostrò il pass al guardiano di turno, il quale prontamente aprì il cancello e lo fece passare. Parcheggiata la macchina al solito posto, Sam diede un'occhiata all'orologio mentre si incamminava verso l'ingresso della fabbrica: erano le 23:14. Salì i gradini, aspettò che la fotocellula della porta scorrevole si accorgesse del suo corpo ed entrò nel grande fabbricato. Proseguì sulla destra, guidato dal lieve ronzio dei neon che si susseguivano lungo il corridoio. Arrivato davanti ad una serie di armadietti, tirò fuori la chiave giusta ed aprì il suo: da lì prese la sua divisa, accuratamente piegata. Tale divisa, di soffice cotone azzurrino, era composta da un pantalone con elastico a vita e da una maglia di almeno due taglie più grandi del necessario: un comodo pigiama. Sam entrò nello spogliatoio, si infilò la divisa, uscì e ripose i suoi vestiti nell'armadietto, richiudendolo a chiave. Percorse l'ultimo tratto del corridoio, posò la mano sulla maniglia di una grande porta, fece uno sbadiglio ed entrò nel suo reparto. Prese da una tasca della divisa un cartellino e lo timbrò; c'era ancora un lungo e stretto corridoio da attraversare, ma da lì era già possibile scorgere nelle altre postazioni di lavoro alcuni colleghi che si stavano sistemando, arrivati in anticipo; qualcuno lo salutò, "buonanotte Sam", ma non ottenne risposta. Giunto davanti alla sua postazione aprì un altro armadietto: stavolta ne estrasse un morbido cuscino bianco, lo tenne sotto braccio e richiuse l'armadietto. Fece un altro sbadiglio, si asciugò una lacrima con un angolino del cuscino e con qualche altro passo raggiunse il suo posto: un comodo materasso avvolto in un candido lenzuolo. Accanto al letto c'era un piccolo comodino, sul quale era posata una sveglia e un bicchiere d'acqua; all'interno del comodino invece era sistemata con cura una coperta in pile azzurro che Sam tirò fuori e sistemò sul letto. Prima di coricarsi aprì la piccola finestra che c'era tra il letto e il comodino: nel reparto l'aria era satura, dalla finestra invece filtrava una frescura simile a quella della sua collina, profumata di pino ed erbe selvatiche. Si riempì i polmoni di quell'aria fresca, lasciò la finestrella socchiusa e si coricò sul letto, deciso ad iniziare il suo turno lavorativo. Si tirò fin sulle spalle la coperta in pile, prese un grosso respiro e lasciò che la testa gli sprofondasse nel soffice cuscino. Sentiva ancora quella leggera brezza di collina quando chiuse gli occhi e cadde in un sonno profondo. Era trascorsa appena mezz'ora da quando si era addormentato, che già gli venne il primo sogno.
Lentamente si guardò intorno: era in un bosco di faggi, nel mezzo di un sentiero; qualche ciocca di capelli gli gocciolava sulla fronte, pian piano si rese conto della pioggia che cadeva e dei suoi vestiti inzuppati. Non era un posto familiare, ma decise di incamminarsi e seguire quel sentiero. Camminava di fretta, sentiva freddo e la pioggia, accompagnata da lunghi tuoni, non sembrava essere intenzionata a smettere. Il sentiero stava rapidamente trasformandosi in fango, sentiva le scarpe affondarvi dentro, quando finalmente il bosco, più diradato, si affacciò su una distesa di grano. Da lì Sam riuscì a scorgere un vecchio casolare in pietra e corse per raggiungerlo, cercando riparo dall'acquazzone. La porta era chiusa, ma sul retro la stalla era accessibile: a parte un cane dall'aria stanca e un paio di mucche in un recinto in legno, non c'era nessuno. L'odore di fieno era molto forte, mescolato all'odore delle mucche e al loro fiato caldo. Sam si decise ad entrare, controllò che il cane non gli si lanciasse contro e si accovacciò su un cumulo di fieno, cercando calore. Provò a strizzare i suoi vestiti, poi alitò sulle mani e le sfregò rapidamente per scaldarle. Sam tremava, alzò gli occhi e continuò a tremare, scoraggiato: la pioggia riusciva comunque a filtrare attraverso le vecchie tegole del casolare, a tratti sentiva qualche goccia cadergli addosso. Il cane, che doveva essere davvero molto vecchio, si alzò piano piano e andò ad accucciarsi accanto a Sam, gli leccò una mano e rimase lì a tenergli caldo. Sam guardò quegli occhi stanchi, sentiva il respiro affannato del cane; quel gesto così naturale lo colse di sorpresa, e al tempo stesso lo tranquillizzò. Era da talmente tanto tempo che Sam non riceveva attenzioni spontanee come quella, che si era dimenticato quanto fosse piacevole come sensazione, e incominciò a sentirsi l'animo riscaldato. Guardò ancora il vecchio cane, lo prese tra le braccia e se lo strinse al petto. Sam era fradicio, ma bastò quel po' di calore a fargli dimenticare del freddo, della pioggia, dei vestiti inzuppati, del bosco di faggi, del sentiero infangato, del casolare chiuso, della stalla con le due vacche. Aspettando che la pioggia finisse, chiuse gli occhi e incominciò a sentire un lieve odore di pino ed erba bagnata...
La sveglia iniziò a suonare a ripetizione, Sam aprì gli occhi e con un rapido gesto della mano la fece tacere. Rimase per qualche istante ancora nel letto, a riprendere lentamente coscienza, poi si decise ad alzarsi, bevve un sorso d'acqua dal bicchiere e aprì la finestrella. Senza nemmeno farci troppo caso, compì al contrario tutti i gesti fatti prima di coricarsi: piegò la coperta e la sistemò nel comodino, mise via il cuscino nell'armadietto, percorse il corridoio - stavolta salutando i colleghi con un "buongiorno" - timbrò il cartellino, chiuse la porta del reparto, camminò ancora lungo l'altro corridoio, arrivò al suo armadietto, tirò fuori le chiavi dalla tasca della divisa, lo aprì, prese i suoi vestiti, andò nello spogliatoio, si cambiò, tornò all'armadietto dove ripose la divisa, richiuse l'armadietto, si incamminò fino all'uscita, uscì dal fabbricato e salì in macchina. "E anche per oggi ho finito" pensò Sam, mettendo in moto e cercando nel cruscotto il pass da mostrare al guardiano.
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sabato, 21 marzo 2009

Frequenze...embe'?

Nei roventi pomeriggi d'estate, dopo pranzo, Joe era solito andare all'aperto, poggiarsi alla staccionata del recinto, digerire con gusto. Alzava lo sguardo al cielo, vedeva nuvole nuvole nuvole che rincorrevano altre nuvole. Soffiava vento caldo. Guardava il legno scheggiato della staccionata: da una crepa faceva capolino una formica. Intento a cercare di farla salire sulla sua mano, non sentì i passi del vecchio, già arrivato accanto a lui. Joe si girò di scatto, guardò il vecchio, tornò a concentrarsi sulla formica. Il vecchio si schiarì la voce, organizzò pensieri sparsi che aveva in mente, e parlò.
- Sai qual'è la cosa più difficile a questo mondo, ragazzo?
- ...
- Riuscire a sintonizzarsi con una donna. Se ci riesci, bhe, puoi ritenerti l'esemplare migliore del genere umano. Se trovi la frequenza giusta, memorizzala, non lasciare che un temporale ti scombini tutto, ragazzo.
- E se la frequenza cambia?
- Bhe, ci sono due possibilità: se sei tu a cambiarla, vuol dire che non hai capito un accidenti, nè della vita nè delle donne. In quel caso, ci sono scarse possibilità di riaverla per te, dovrai lavorarci sodo. Ma quando è lei a cambiare fequenza, bhe, significa che tu non la meriti. Non sei stato in grado di meritarla, e lei l'ha capito prima di te. In quel caso, non la riavrai mai. Sai com'è, ragazzo, tutti vogliono giocare, ma nessuno vuole perdere. E' così, che funziona, il mondo.
- ...
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giovedì, 12 febbraio 2009

Jack: Tele dipendenza... embe'?

Sgranocchiando un sandwich in mutande, Jack aprì il frigo: da un ripiano estrasse una birra, da un altro ripiano prese il telecomando, per poi dirigersi verso il divano. Seduto, con vecchie briciole di cracker a pizzicargli le natiche, Jack accese la tv, gustò un sorso di birra, e iniziò il suo rituale di zapping in cerca di frasi cifrate (per chiarezza, le parole riprese da differenti canali saranno scritte in grassetto/corsivo/sottolineato) :
 

tutti mi vorrebbero piena, piena di muffa, non so più che cosa fare

è nata la prima linea per protesi da condividere con gli altri

cerca di stare bene con lo sporco più difficile, l'unico raccomandato a rendere le cose straordinarie

croccante cioccolato fuori e dentro un cremoso ripieno di grasso incrostato

Se a volte il tuo intestino è una vera rivoluzione, nasce un aiuto naturale per attenuare le condizioni peggiori

quel buon sapore, di sporco ostinato

l'intestino è il più grande strumento per esaltare la tua bellezza

un fastidioso prurito intimo, usalo in tutti i modi che puoi, con chiunque: giovedì la prima uscita in edicola

stavo per dipingere una parete con zucchine e peperoni, a qualcuno piacerà

lo sporco in profondità è il suo dettaglio migliore

aaaah, che stitichezza stimolante

praticamente a tutti piacerà il tuo problema

libera la tua voglia di tensioni muscolari

nessuno è perfetto, non sentirti sola


Jack, da un paio d'anni, è finito in un centro di recupero per tele-dipendenti e, indossando un mantello verde a pois gialli, continua a fare zapping tra un canale e l'altro in cerca di misteriosi e ambigui messaggi cifrati. E' tuttora convinto di essere il Prescelto, Colui che regnerà il mondo, e che quelli che intercetta siano messaggi mandati dagli alieni unicamente rivolti a lui. Per questo, si difende, nessun'altro li capisce.
Oh Jack, povero Jack...
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categoria: messaggi, jack, tv , tele dipendenza, frasi cifrate


sabato, 10 gennaio 2009

Ciocche in stato avanzato di degrado...embe'?

Hey!Era buio ormai, ma lei continuava a camminare per quei poco raccomandabili vicoli, stretta nel suo cappotto grigio. All'improvviso si sentì afferrare alle spalle, venne trascinata in una bottega  male illuminata, non fece in tempo a leggerne l'insegna che ricevette una botta in testa. Perse i sensi.
- Guarda guarda cosa abbiamo qui, c'è subito bisogno di intervenire. Prepara gli attrezzi, Caren, abbiamo un 133!
- Vuoi dire il codice "ciocche con forfora"?!
- Ma no, idiota, quello è il 131! Abbiamo un "ciocche in stato avanzato di degrado". Forza, dobbiamo agire in fretta, prima che riprenda coscienza!
Quando si risvegliò, ebbe a che fare con disumane torture cutanee e rumorose sforbiciate. Lei cercò di divincolarsi dalla presa di quelle fredde e sottili mani dalle unghie smaltate, si voltò di scatto e guardò per terra. Lanciò un urlo di profonda disperazione: sul pavimento, prive di vita, c'erano le sue lunghe e ondulate ciocche castane. "NOOOOOOOOOO!" esclamò lei, e rimase a bocca aperta, le mani sulle guance, lo sguardo traboccante di terrore. Si inginocchiò, raccolse da terra una lunga ciocca e, mentre la stringeva nel pugno, una lacrima le percorse la guancia. Assicuratasi che nessuno l'avrebbe più immobilizzata, prese coraggio, chiuse gli occhi e si voltò in direzione dell'enorme specchio a parete. Aprì gli occhi: quel che vide la traumatizzò ancora di più. Quelle bastarde le avevano tagliato i capelli a caschetto e tinti d'un arancio acceso. Rimase immobile, tremante. Pensò "No, non è possibile...co..come facevano a sapere che odio i capelli a caschetto...come?! e quell'arancione...dio, è il colore dell'autobus che mi investì due mesi fa...come facevano a saper......"



E mi sono svegliata. Sguardo al cellulare. Le 07:50. Ho bofonchiato qualcosa, mi chiedevo perchè la parrucchiera mi avesse messo l'appuntamento così presto. Uno sbadiglio. Tra mezz'ora sarei dovuta essere nel suo studio. Un secondo sbadiglio. Cercavo di pettinarmi, tanto per alleggerire il lavoro della parrucchiera: pur non trovando nodi degni di bestemmie, con le mie ciocche poderose sono riuscita a spezzare il pettine. Rimasta con il manico in mano, mi sono guardata allo specchio, assonnata e poco convinta. Ho subito pensato: "Cominciamo bene". Mi preparo ed esco.
Attendo il mio turno seduta in poltrona. Mi tolgo la molletta, la guardo sogghignando, penso "vecchia molla, ora non avrò più bisogno di te, addio...". Ecco, il mio turno.
Primo round: lo shampoo. Mai, e ripeto, mai sottovalutare le unghie delle shampiste: sono artigli acuminati retrattili, come quelli dei gatti, che tirano opportunamente fuori per arare il cranio delle clienti. Ahi.
Secondo round: il pettine. Saranno pure mani esperte, ma la loro delicatezza nello sciogliere nodi è alquanto discutibile. Mentre venivo pettinata, la mia testa seguiva la direzione del pettine proprio come si fa inconsciamente mentre si gareggia in un videogame di corsa automobilistica. Ahi.
Terzo round: il taglio. Per tagliare con simmetria le ciocche frontali, quest'ultime vengono pettinate insieme, fuse in un'unica ciocca che ricopre completamente la faccia. Intanto pensavo "Se fossi una parrucchiera chiederei ad ogni cliente di posare per uno scatto proprio mentre è conciata così: nella bacheca che avrei precedentemente montato nello studio allestirei la mia collezione di foto raffiguranti sosia del cugino It". Bene, è quasi finita.
Quarto round: il phon. L'asciugatura consiste sostanzialmente nel far cuocere leggermente il cuoio capelluto. Interrompere tale operazione quando comincerete a sentire odore di pancetta affumicata. Lasciare raffreddare, servire con sorriso e ricevuta fiscale. Il piatto è bello che pronto!

Anche questa è fatta. Mi sono esaminata con più attenzione allo specchio: no, niente caschetto e tinta arancione, era solo un sogno. Sospiro di sollievo.
Appena uscita dallo studio sembravo venuta fuori direttamente da un manga giapponese. Ora invece, lavata/pettinata/asciugata a modo mio, do' l'impressione di essere uscita direttamente da un cespuglio di rovi.

"E' solo questione di abitudine" mi dico, mentre ripongo in cantina tutti gli specchi presenti in casa...
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categoria: capelli, parrucchiere, terrore, ciocche


mercoledì, 31 dicembre 2008

Oggi e' l'ultimo dell'anno...embe'?

Embe' niente, appunto.
Dopo un'intensa ispirazione, il mio "Monumento Agli Additati" e' finalmente ultimato. Poteva venire meglio, potevo esser più precisa, ma oramai è finito. Lo dice anche il proverbio: non piangere sulla tempera versata...no?
Dedico quest' "opera" a tutti coloro che hanno sopportato il peso di un dito puntato contro, che non si sentono accettati, che hanno sofferto la pena del pregiudizio, che vivono nell'ombra, e dico loro: reagite! Siamo noi a decidere chi tiene il dito puntato e chi lo subisce, nulla è prestabilito. Reagite, e decidete da che parte stare.


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categoria: matita, tempera, monumento agli additati


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Il guscio d'un pistacchio. O forse no. Per sicurezza, chiedetelo al mio alter ego. Vi dico solo che mi piace esplorare nuovi posti e scattare foto.


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